Richard Long e il Dialogo con la Natura

Richard Long è considerato uno dei massimi esponenti della Land Art, nonostante egli stesso abbia preso più volte le distanze da questo movimento artistico.

River Po Line, Richard Long, Italia, 2001

Nell’articolo SPIRAL JETTY, prima di parlarvi del grande artista polivalente Robert Smithson, vi ho raccontato brevemente la storia della Land Art. Dunque, prima di procedere alla scoperta dell’artista Richard Long, vi rivelerò altri elementi di questo complesso movimento
Artisti di varia provenienza (da Morris a Oldenburg, al concettuale tedesco Hans Haacke) realizzano earthworks, a dimostrazione che il lavoro ambientale è per molti una possibilità occasionale più che una scelta univoca. Alcuni artisti, tuttavia, vi si dedicheranno negli anni in maniera costante. È il caso di Walter De Maria (1935 – 2013) che, pur portando avanti una ricerca minimalista in scultura, è soprattutto con i suoi lavori ambientali che dà la migliore prova di sé. Nel 1968 realizza Mile Long Drawing (Disegno lungo un miglio), un lavoro costituito da due linee parallele della lunghezza di un miglio, tracciate con gesso in polvere. Nel 1977 realizza, per Documenta 6, The Vertical Earth Kilometer (Il chilometro verticale della Terra), una barra di ottone di 5 centimetri di diametro per un chilometro di lunghezza, seminterrata nei pressi di Kassel. Al 1977 risale anche The Lightning Field (Campo di Fulmini), la sua opera più famosa.

Walter De Maria, The Lightining Field, 1977, Nuovo Messico

Si tratta di quattrocento appuntiti pali d’acciaio, disposti in sequenza regolare su un’area rettangolare ritagliata in una pianta stepposa del Nuovo Messico. Il persistere di una forma minimalista viene completamente stravolto (e riletto) dalla natura, quando sulla piana si scatenano dei temporali e i pali svolgono il proprio ruolo di parafulmini.
Anche gli interventi ambientali di Michael Heizer (1944) sono minimalisti in termini formali, pur lavorando non per addizione, come fa De Maria, ma per sottrazione. Meno interessato alla forma e più alle componenti antropologiche degli ambienti su cui interviene, Dennis Oppenheim (1938-2011), attivo anche come performer, dà vita a interventi imponenti, ma solitamente effimeri, destinati a non durare. In Time Line (1968), ad esempio, traccia sulla neve che imbianca il confine tra Stati Uniti e Canada, con l’aiuto di una semplice slitta, due linee parallele che segnano anche il passaggio tra due fusi orari, riportando sul terreno ciò che esiste solo nell’astrazione delle mappe. In Accumulation Cut (Taglio di accumulazione, 1969), interviene invece con una motosega su un corso d’acqua ghiacciato che si conclude in una cascata, anch’essa congelata, riportando l’acqua alla luce e ripristinandone il corso per un tempo relativamente breve (il giorno seguente, i tagli si richiudono per il gelo intenso). Lo stesso anno, l’opera viene esposta in una mostra collettiva, nella forma di una mappa accompagnata da una fotografia in bianco e nero con una didascalia.

Dennis Oppenheim, Accumulation Cut, 1969 (foto d’epoca)

L’artista inglese Richard Long (1945) e il collega e amico Hamish Fulton (1946) hanno invece fatto della passeggiata la chiave della propria pratica artistica. Entrambi si dedicano a lunghe escursioni in zone remote e naturalisticamente intatte della Terra.
Fulton vede la passeggiata come un rituale che non lascia tracce, un momento di vita di cui l’opera, di solito una fotografia o una serie di fotografie corredate delle informazioni minime necessarie per comprendere l’esperienza, rimane l’unico residuo. Long, invece, cammina per lasciare un segno, anche leggero ed effimero, del proprio passaggio. Le modalità di questi interventi sono già presenti in uno dei suoi primi lavori, A line Made by Walking (Una linea fatta camminando, 1967), una linea retta tracciata camminando in mezzo a un prato. Se questa linea resta documentata dalla sola fotografia, negli anni successivi Long arriverà ad affiancare alla documentazione la ricostruzione, nello spazio espositivo, dei cerchi di pietre o di tronchi che ha lasciato dietro di sé durante le sue escursioni. Ad ogni modo, in quest’opera è evidente già tutta la poetica di Long: un viaggio solitario fine a se stesso, senza meta, in interazione con l’ambiente.

Richard Long, A line Made by Walking, 1967 (foto d’epoca)

Richard Long è un fotografo e scultore britannico, nato il 2 giugno 1945 a Bristol. Dopo gli studi presso la prestigiosa St. Martin School of Art, l’attività artistica di Long si identifica con il camminare nell’ambiente naturale, registrando con grafici e fotografie come tale azione modifichi l’ambiente circostante. Queste modifiche si esplicano in forme geometriche semplici, come il cerchio o la retta.

Predilige operare in luoghi incontaminati, come l’Himalaya, la campagna inglese, gli altipiani della Bolivia, per testimoniare la separazione attuale tra natura e cultura ed il suo desiderio di recuperare un contatto diretto e intimistico con l’ambiente, scevro da mediazioni artificiali. Negli anni Settanta, amplia la sua ricerca espressiva con lo sviluppo di grandi sculture fondate su segni primitivi, come il cerchio e le spirali, composte utilizzando materiali raccolti durante le sue passeggiate. Come esponente della Land Art, Long si differenzia dagli altri artisti per il suo legame con gli elementi tipici della terra inglese, come la campagna e la pietra ardesia di Cornovaglia.

Dai Landartist americani egli si discosta per il carattere effimero delle sue opere, che spesso sono segni impercettibili lasciati in territori desertici, in balia degli agenti atmosferici e del trascorrere del tempo. La corrente americana è invece indirizzata verso progetti su grande scala, che lasciano una traccia permanente sul territorio.
Quello di Long è piuttosto un silenzioso dialogo con la terra, un inno alla sua forza e alla sua potenza. Nella sua opera c’è un forte carattere mistico e spirituale, dato dalle figure archetipiche dei suoi lavori, che ricordano le prime forme primitive di arte.

Ricorre spesso alla forma del cerchio, che è simbolo di continuità e ciclicità. È la rappresentazione del tempo, tema centrale nell’opera di Long, che scorre in natura lento e inesorabile.
E al tempo è infatti legato anche il cerchio magico più famoso al mondo, Stonehenge, monumento megalitico in Inghilterra, risalente al 3100 avanti Cristo, il cui asse è diretto verso la posizione del sole nel solstizio d’estate. È un’opera carica di emozione, per la sua funzionalità ancora in parte misteriosa e perché ci fa interrogare sul mistero della vita: da dove veniamo e dove andiamo. I cerchi di pietre di Long beneficiano senza dubbio di quest’immagine di mistero, che fa parte della cultura visiva dell’umanità da diversi secoli.

Richard Long, A Circle in Alaska, 1977              
    
Stonehenge, Amesbury, Regno Unito 3100 avanti Cristo

L’artista si interroga sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente, tra l’arte e la natura, che domina incontrastata tutti i suoi lavori. Infatti, a differenza della Land Art americana, nelle opere di Long la natura sembra sempre prendere il sopravvento e la scultura dell’artista rimane solo una traccia, un granello in un mondo tanto più vasto. Proprio per questa solitudine espressa nelle sue opere e per questa natura dominante, l’arte di Long è stata paragonata alla corrente del romanticismo inglese del XIX secolo, ed in modo particolare ai paesaggi di William Turner.

Del resto, come quest’ultimo, anche Long è inglese e il legame con il suo paese è molto sentito nel suo lavoro, come ad esempio nell’impiego ricorrente delle pietre provenienti dalla sua terra.
Per documentare la sua opera, che è nella sua essenza caduca, l’artista si serve di diversi sistemi: ha utilizzato la fotografia, ma anche i video, le mappe e i testi scritti. Talvolta ha inoltre trasportato elementi naturali, trovati durante le sue passeggiate, all’interno delle stesse gallerie, dando vita a sculture di pietre e pitture di fango. Nelle sue foto, Long porta testimonianza dell’esplorazione di luoghi deserti, dove la Natura incontaminata mostra la sua potente libertà e autonomia, aprendosi a grandi prospettive e impervi orizzonti, attraversati e contemplati dall’artista con tensione romantica verso il Sublime. In solitudine, egli realizza circoli di pietre, labirinti di rocce sfaldate come cenni totemici, linee di sassi come sentieri: può fare una marcia in cerchio o fare un cerchio di massi, di fango o di parole. Sembra inviare costantemente messaggi simbolici, compiere un rituale sacro di devozione alla Natura.

Per il fatto di utilizzare esclusivamente materiali naturali, e tendenzialmente trovati in sito, e per l’impatto irrisorio che le sue opere hanno sul territorio, alcuni hanno definito l’arte di Long come “ecologica”. Senza dubbio l’artista ha un atteggiamento di forte rispetto verso l’ambiente, non privo di connotati politici e sociali. C’è infatti chi ha letto la sua opera come una forma di contestazione verso la società moderna, che ha allontanato sempre più l’idea di cultura da quella di natura. Ciò che però ci ricordano i semplici cerchi in pietra di Long, così come la stessa Stonehenge, è che, anche se siamo sempre più “civilizzati” e sempre meno in contatto con la natura, il mistero della vita rimane intatto: oggi come ieri l’uomo si interroga sulla sua provenienza e sul suo destino.

Richard Long, Making paddy field chaff circle, Marli Tribal Land Maharashtra India 2003

“Mi piace l’ idea di fare cose molto semplici ma che allo stesso tempo posseggono quella particolare forza cosmica, una sorta di linea tesa tra il far qualcosa che sembri pressoché nulla e che, invece, sia tutto (…)”
(Richard Long in un articolo di Ester Coen apparso su Repubblica il 4-05-1994).

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